“Siamo a terra, insieme, quasi immobili ora. Ho gli occhi aperti sul soffitto chiaro e la tua mano stringe piano il mio braccio, mi accarezza il polso con dita lievi. Sei ancora dentro di me e non voglio che mi lasci, sospiro e mi accosto al tuo viso, lo sento vicino al mio, sento il tuo respiro. Non siamo ancora riusciti a guardarci negli occhi veramente, da fuori arriva attutito il rumore delle auto che passano anonime sulla statale. Mi sento come se fossimo come loro, come quelle vetture che passano e vanno via, qui adesso in questo momento presenti e reali, come se non esistesse tempo fuori da qui, e poi più nulla, in un istante solo, per scomparire e perderci per sempre, senza lasciare traccia nella memoria di nessuno. Avverto la sostanza fuggente di questo essere insieme a te, in questo spazio e in questo tempo isolato e raro, ritagliato eccezionalmente tra rischi e impegni, colto a fatica tra precauzioni e incombenze che hanno la precedenza. Senza richieste, senza posti assegnati, senza definizioni giustificate e integrabili. È il luogo del desiderio irrequieto che ci accomuna, della sete perenne dell’animo che fermenta sommessa sotto la superficie tranquilla, anche quando tutto sembra ragionevolmente sereno e regolarmente ordinato. L’ho capito subito, forse l’ho intuito tanto tempo fa, dalle prime volte che ti ho visto e parlato. L’ho riconosciuto nei tuoi messaggi, quando hai deciso di scoprirti e mettermi in mano alcune cose di te, come ho fatto io. L’ho percepito con l’evidenza di un fatto, fin da subito, in questi mesi. È per questo che sono qui, è per questo che siamo qui insieme ora, che ci incontriamo lungo strade virtuali quando vaghiamo nella notte come lupi affamati e inquieti in cerca di compagnia, che ci siamo cercati e trovati mille volte condividendo il tempo rubato senza farci scrupoli, e che dopo infiniti scrupoli ed esitazioni siamo venuti in questo luogo reale adesso, stasera, per la prima volta. Senza aspettative, senza promesse, senza progetti, questo incontro strappato nel disincanto non ha un posto centrale che si noti nel quadro: è come un dettaglio suggestivo abbozzato sullo sfondo, un particolare strano e senza contesto, l’intuizione di un concetto essenziale fuori portata.”
“In the Background – (Out of the Reach)”

 

 

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Mai fidarsi dei traduttori online

Non metterò l’immagine, perché davvero… nun se pò… Mi limito a linkarla insieme all’articolo che racconta la cosa. Insomma, Rocco Schiavone, il poliziotto televisivo creato dalla penna di Manzini, è sbarcato in Germania in modo direi fragoroso, visto che una rivista tedesca, per pubblicizzare la messa in onda della serie italiana oltre il Reno, ha pensato bene di accompagnarla con un’involontaria ma disastrosa bestemmia, facendo una gaffe colossale. E insomma, ma ci sarà stato in Germania un italiano a cui chiedere il significato di quella frase prima di pubblicarla su centinaia di migliaia di copertine di un periodico tipo “L’ espresso”, in corpo tipografico 80 a incorniciare la faccia dell’incolpevole Marco Giallini (e quando immagino il salto sulla sedia che avrà fatto lui stamattina mi viene davvero da ridere)? In fondo non era mica swahili o sanscrito, una verifica facile facile si poteva fare! Perché che Rocco Schiavone fosse un tipo sui generis è vero, ma un conto è fargli dire “sticazzi” e un altro farlo inveire contro la Santa Vergine in quel modo… non dico che mi sto sbellicando dalle risate perché la cosa è davvero invereconda, ma… sarà mai possibile essere così superficiali facendo quel mestiere, e avere questa fiducia cieca nei traduttori automatici? Insomma, a questa gente manca l’abbiccì della linguistica!

Questo episodio mi ricorda, in peggio, quello che successe all’università di Firenze anni fa, quando un geniale redattore dell’ateneo pensò bene di tradurre il titolo del bando di concorso della facoltà di Agraria “Dalla pecora al pecorino”, con “From sheep to doggy style“, cioè “dalla pecora alla pecorina” (vedi foto d’epoca che ho conservato, tratta dal sito del Miur). pecorina

Così, sul sito del Ministero dell’Istruzione (e anche su quello della Commissione europea, di rimbalzo) i candidati all’assegno di ricerca in Scienze agrarie dell’Università di Firenze furono invitati a dar prova dello loro competenze in materia di pecorina invece che di pecorino. Penso che sia stato il concorso più affollato della storia, con una valanga di domande di partecipazione. Come già ebbi a commentare allora, se non mi stessi rotolando per terra da un’ora in preda alle convulsioni per le risate direi che è una tragedia.

Femmes fatales e altri animali

Un terribile quanto banale fatto di cronaca ha scosso l’opinione pubblica nel bresciano: una donna ha premeditato nei dettagli (anche se adesso va dicendo di no per cercare di cavarsela con poco) e realizzato con ferocia l’omicidio e la distruzione del cadavere di un’altra donna, la moglie innocente del suo ex amante. È stata ovviamente scoperta, perchè, oltre che un’assassina, è anche un’idiota, e ha confessato. Così facendo ha reso orfana una bambina di 7 anni e privato per sempre della madre (anche se in questo caso non è una gran perdita) i propri tre figli di 11, 7 e 6 anni.
Il fatto è talmente orrendo che si commenta da solo, e naturalmente, quando succedono cose simili, è chiaro che siamo di fronte alla pazzia, a casi psichiatrici belli e buoni, che hanno bisogno delle cure dell’analista più che del parere di chi legge i giornali. Però, oltre all’orrore e alla compassione per quella poverina così brutalmente uccisa, e al disprezzo per l’altra criminale che spero marcisca in una cella d’isolamento a vita, mi viene lo stesso una grandissima rabbia, di natura, per così dire, sociologica. Lo so che rischio di sembrare snob e razzista, ma… perché il mondo è popolato in questa quantità industriale da donnette da quattro soldi, proprio da cretine integrali, che, quando si trovano invischiate in un triangolo, se la prendono sempre con l’altra donna, che sia la moglie legittima o l’amante, e arrivano a sviluppare un odio così profondo per la “rivale”, come se il problema fosse lei? Gli uomini non lo fanno, mi risulta, e comunque non coltivano mai questi rancori mortali per il marito o l’amante della donna che in quel momento sta loro a cuore. È una caratteristica delle donne, della maggior parte delle donne, purtroppo. Io mi chiamo fuori e ne vado fiera, perché vaffanculo, sì, sono superiore, e mai sarei capace di sentimenti simili, sia da moglie tradita che da amante: ma è un dato di fatto che la reazione della donna media di fronte a un caso del genere sia di prendersela contro l’altra, che sia la strega che ti ha sedotto il marito (e quindi bruciamola) o la moglie tradita che lui, chissà perché, si ostina a non voler lasciare (e quindi togliamola di mezzo). In questo le donne, anche quelle della nostra evolutissima e modernissima società occidentale, mostrano di aderire perfettamente al più arcaico e primitivo schema mentale costruito in duemila anni dalla cultura maschilista, paternalista grecolatina e cattolica, di continuare a essere e voler essere oggetto e strumenti nello stesso tempo di una elaborata e millenaria forma di sottomissione che ha radici così profonde da essere stata introiettata e fatta propria irriducibilmente nel più intimo dei sentimenti delle femmine di ogni paese. La colpevole, se bisogna proprio trovarne una, è sempre l’altra donna, in casi simili. Non pensano mai, queste cretine, che, se l’uomo che si stanno scopando in quel momento non vuole lasciare la moglie e trasformare in moglie loro, è perché lui non ha nessuna intenzione di farlo a prescindere da chi sia e cosa faccia la legittima consorte; e che, se il loro marito si diletta a spupazzarsi un’altra, è perché evidentemente ci trova lui qualcosa di piacevole. Quindi, se proprio devono prendersela con qualcuno – invece che più saggiamente fare mente locale e riflettere sul fatto ovvio che, quando in un rapporto entra un’altra persona, forse – e dico solo forse – c’è semplicemente qualcosa che già non va in quel rapporto (che sia stanchezza, poca convinzione, sesso che non funziona, perdita d’interesse, scarsa predisposizione alla monogamia del coniuge ecc.) -, ebbene, se proprio devono prendersela con qualcuno invece che farsi due domande sulla propria vita, dovrebbero a rigor di logica prendersela con lui. Non con l’altra donna, che è sempre qualcuno che è arrivato perché c’era un posto libero, per qualche ragione, se no col cavolo che lui la vedeva o la cercava.
Vale lo stesso per gli uomini, naturalmente, in caso di tradimento femminile. Ma gli uomini si comportano diversamente. Gli uomini in casi simili si rivolgono o se la prendono sempre con la donna: la moglie traditrice, l’amante che non li sceglie, eventualmente… insomma, se devono interpellare qualcuno per chiarimenti, sanno che deve essere la propria compagna, non il rivale, a cui al massimo danno due cazzotti (ma spesso manco quelli, perché sanno benissimo che se la moglie li ha traditi è perché prima di tutto lei voleva farlo). Non so se questo avvenga perché gli uomini sono superiori (direi proprio di no), o sono da sempre più liberi e meno vincolati a determinati ruoli, o, più probabilmente, perché così funziona anche in questo caso la cultura millenaria di cui sopra: la colpevole, comunque, è sempre la donna, così tutto funziona meglio e nel loro interesse. Quindi, semmai, vai col femminicidio, col delitto d’onore, con la violenza, con l’abuso ecc., che, dal punto di vista di chi lo compie, è sempre una cosa che trova giustificazione nel pregiudizio che egli ha sulla sua vittima. Questa nostra civiltà è talmente permeata e intrisa, ancora, di questi meccanismi mentali, che quando penso a cose simili mi dico davvero che il femminismo non è affatto una cosa tramontata ma una necessità storica urgentissima.

Con piacere

La notizia è di quelle che dovrebbero far sorridere. Ma, devo confessarlo, mi fa leggermente incazzare. Per sommi capi, una start-up di donne ha inventato un vibratore per il piacere femminile, gli ha dato il grazioso nome di Osé e l’ha esposto a una fiera dell’elettronica, vincendo un premio. Subito dopo il premio è stato  annullato dallo stesso ente che organizzava la fiera, con la motivazione che l’oggetto è osceno. I dettagli li trovate qui. Le creatrici del simpatico gingillo se la prendono, e le capisco. Pare che alla stessa fiera l’anno prima fosse stata premiata una bambola gonfiabile elettronica per uomini – dunque mi pare evidente che la manifestazione non sia un raduno di educande – senza che nessuno avesse trovato da ridire: quindi, perché mai il sesso per maschi è considerato da lorsignori moralmente accettabile e quello per femmine no? Mi sembra un’obiezione più che giusta, e che le ideatrici dell’oggetto, al di là dell’interesse proprio, abbiano delle legittime ragioni di principio per protestare (vedi tu a volte dove vanno a nascondersi i principi). Si vuole sostenere che le donne non si masturbino? O che non debbano farlo perché se no sono oscene? Lo fanno, come e più degli uomini, tutte le volte che ne sentono il desiderio o il bisogno, è un’attività gratificante e rilassante come condimento della normale vita sessuale e non vedo proprio dove stia il problema, se non nella mente di qualche ridicolo puritano che di sicuro quando non sta a censurare gli altri passa il suo tempo chiuso nel bagno. Del resto, mi risulta che per lo più gli uomini facciano sesso con le donne, oltre che con altri uomini o con la loro mano destra, tutte attività lecite e lodevoli, quindi perché negare questo diritto alle donne? Non sono forse anch’esse compartecipi di tutte quelle bellissime pratiche che rendono la vita molto migliore e servono anche, cosa non trascurabile, alla procreazione di nuovi cittadini? O si vuole sostenere che la donna non debba godere come l’uomo quando lo fa? Io sarei molto triste al pensiero che mia madre non abbia avuto un fantastico orgasmo il giorno in cui si è fatta mettere incinta di me (cosa che purtroppo capita ed è capitata molto di frequente alle donne di tutti i tempi e le culture). Con tutta la fatica che si fa a produrli e allevarli, se almeno concepirli non è uno spasso che lo fai a fare? Ma soprattutto, la gioia dell’amarli è molto più completa al pensiero che provengono, appunto, da un atto d’amore compiuto in tutta la sua appagante pienezza.

Ma riproduzione a parte, perché mica si scopa per quello, e tornando a noi, se la fiera del web premia con nonchalance i masturbatori maschili, deve premiare anche quelli femminili, mi sembra il minimo. Oppure non dare premi a nessuno e mettersi a promuovere cilici e cinture di castità (forse più in linea, mi pare, con l’ispirazione dei gestori della manifestazione in questione). È una questione di coerenza, e anche di rispetto, perché no!

Io in verità, devo ammetterlo, non ho mai posseduto un giocattolino del genere, forse anche perché non sono articoli che si trovano dal fruttivendolo, per dire (anche se dal fruttivendolo, ora che ci penso, si può trovare qualche simpatico succedaneo naturale). Ma a parte questo, insomma, perché diavolo ci si arroga il diritto di giudicare moralmente osceno un oggetto che dà piacere alle donne, e tranquillamente accettabile, invece, il corrispettivo maschile? Cavolo, questo sì è sessismo! Chi vi ha investito dell’autorità di giudicare in materia e di dirci che non possiamo godere come accidenti ci pare? Ragazzi, qui o si scopa tutti o nessuno, le chiacchiere stanno a zero. Quindi esprimo la mia completa solidarietà e appoggio alle signore vilipese e defraudate ingiustamente del premio.

Mitografia della casalinga ideale

Il rovello mi angustia in effetti da molto tempo, in misura maggiore o minore a seconda dei periodi. Ma di recente, dopo una lunga osservazione della realtà e dei comportamenti umani svolta con spirito di documentarista, ritengo di essere pervenuta a una chiave di lettura plausibile.
Il mio rapporto con le faccende domestiche essendo civile e rispettoso (svolgo decorosamente le mansioni previste preoccupandomi in genere di mantenere la dimora pulita e in ordine, salvo periodi di particolare scompiglio), ha sempre destato in me profonda inquietudine il vero e proprio accanimento con cui molte donne s’impegnano nella professione della sguattera come se fosse la loro unica ragione di vita, e come se la piena realizzazione della loro identità personale dipendesse interamente dalla brillantezza della finestra del bagno o dal profumo di violette rilasciato dall’aspirapolvere. E soprattutto come se l’aver reso la casa un sacrario coi lavandini immacolati abbia il potere di circonfonderle di un’aura di santità destinata a procurar loro l’imperitura grazia e adorazione di tutto il nucleo familiare, ben al di là di quanto la procurerebbero la comprensione umana, la disponibilità al dialogo, lo spirito e l’affetto dimostrato agli altri. Lo so che sto esagerando un po’, ma la realtà è in effetti molto meno lontana da quanto ho detto di quanto ragionevolmente dovrebbe.
Capisco che tale comportamento abbia profonde radici socio-culturali, né d’altronde ammiro chi s’infischia dell’ordine e ama dormire sul pagliericcio. Eppure mi riesce lo stesso difficile accettare che, ormai in pieno terzo millennio, nella civiltà occidentale, ci siano donne che ritengano di poter realizzare la propria femminilità immolandosi sul focolare domestico. E non nei suoi aspetti tradizionali ancora in qualche misura nobili (pazienza, dolcezza, comprensione) ma in quelli umanamente insignificanti quali lucidare i soprammobili o passare lo straccio. Insomma, capisco che l’anticalcare sia utilissimo, ma ho molte resistenze ad accettare che assurga a Valore della vita.

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Buon Natale

Come da oggetto, a chiunque passi di qui.

P.S. Ho notato che la nuova frontiera del politicamente corretto vuole che non si auguri più Buon Natale, ma buone feste, tanti auguri, buone vacanze ecc. Che, sebbene io non sia affatto una persona religiosa, mi sembra una cosa di un’ipocrisia stucchevole, per motivi anche solo culturali e basterebbero quelli… Scusate lo spunto polemico in questi giorni di bontà universale, ma il politicamente corretto è una piaga della società che mi fa venire lo sturbo, e quindi ai diversamente festanti auguro oggi un caldissimo, affettuosissimo e anche santo, così imparano, Buon Natale a tutti! ^_____^

Railway

Non è per la cadenza cupa e uniforme del suono della rotaia. E nemmeno per quest’attesa incolore, tarda, del ritorno a giorni privi di te. Il cellulare è muto, e lo so che non lo farai illuminare: non ti piace il languore estenuante dei commiati che si spengono in un bisbiglio. Semplicemente non fa parte di te.
Ma lo so che è perché non lo reggi, e che là dietro ci sei. Anch’io non chiamo per lo stesso motivo.

È per il movimento, per il vibrare del treno. Per le brevi scosse del binario agli scambi, che sorprendenti mi sballottano sul sedile e interrompono il torpore uggioso dei pensieri divaganti sotto la luce al neon. Ma subito lo confermano, poi, con un nuovo e più monocorde ronzio: come se il treno si fosse messo a fare le fusa, senza calore.
È per il nero del cielo dal finestrino, dietro l’arredo della targhetta multilingue: “Do not throw anything out of the window”. Sorrido, senza motivo.

C’è stato uno sprazzo di sole, oggi, nell’aria fredda del centro. E odore di fumo di focolare sopra i palazzi. I campanelli di biciclette nella via sdraiata addosso al giardino più bello e malfamato della città, e noi che ci passiamo vicini. Poi, bruscamente, il tuo viso illuminato da un raggio, di traverso, mentre ti giri sorridendo verso di me. Mi è rimasto impresso il profilo delle labbra socchiuse, e metà del tuo sguardo in ombra.
“Quando torni ti ci porto”, hai detto, scrollando un poco le spalle.
“No, portami ora”, ho risposto.

Casa tua ha sempre un calore di covo tiepido, sotto il bianco delle pareti intonacate da poco.
“Faccio un caffè, ne vuoi?”
Hai una grande zuccheriera di coccio, e un servizio di cucchiaini spaiati che metti in ordine quando arrivo io.

La linea della tua schiena nuda, e il ritmo caldo e sereno del tuo respiro nel sonno. La tua mano abbandonata sopra il lenzuolo.
Era già così tardi. Abbiamo aspettato la fine della giornata.
***

Mi sono chiesta molte volte, mentre ero lontana da te, quale fosse il motivo che mi spingeva a voler tornare. Il tempo, nei periodi troppo lunghi, troppo pieni di altre cose, che passiamo distanti, sembra dilatare lo spaesamento del non vederti. E a un certo punto, quando sono troppi i giorni – le settimane – quasi desidero che questa vita a metà – questa vita raddoppiata, forse – smetta di confondermi con la sua incertezza, e mi porti finalmente un messaggio chiaro, cui la ragione possa ancorarsi per orientare coordinate prudenti.
Ma non è mai così. Alla fine prevale il bisogno di rivederti, il tepore della tua voce e le frasi scarne al telefono con cui dici che mi aspetti, e mi accoglierai: “Con che treno arrivi? Bene, ti vengo a prendere”.

*

La tensione si scioglie appena ti vedo.

Ogni volta che parto per ritrovarti sono tesa. Ogni volta, mentre nella luce sbattuta del mattino alle porte indosso in fretta le cose che ho preparato accuratamente la sera prima, e guardo il bagaglio pronto e lo afferro infine con un piglio animoso, mentre da fuori chiudo a chiave e scendo le scale silenziose, e il motore col suo frastuono discreto viola il torpore assopito dei palazzi, mentre guido per le strade vuote e poi cerco un posto nel parcheggio ingorgato della stazione, con lo sguardo vigile e inquieto all’orologio dell’auto; ogni volta per tutto il tempo non so far smettere quell’ansia sottile e il cuore che insiste a battere più forte del dovuto, e si calma soltanto quando mi sono sistemata al mio posto sul treno, e davanti agli occhi ha cominciato a sfilare la teoria grigia dei palazzi fumosi che si accostano alla rotaia, con i panni languenti sui fili da chissà quanto e le piantine disperse in vasi troppo grandi sopra i terrazzi.
Solo allora mi tranquillizzo un po’, e aspetto che arrivino i campi, e che sorga il sole.

Mi dico sempre che in una casa vicino al treno non ci abiterò mai. Sembrano sempre sporchi quei panni stesi, guardati dal finestrino.

*

Casa tua è all’ultimo piano, e ci batte il sole.
Forse perché non ci abito ho pensato a lei: perché la vedo qualche ora, qualche giorno al mese. Uso il lavandino, dormo nel letto, faccio gorgogliare il caffè sul fornello della cucina. E vado via poco dopo. Non disfo mai la valigia, quando vengo da te.
È quanto di più lontano possa pensare dall’abitare stabilmente.
Eppure è l’unico posto che so associare all’idea del ritornare da qualche parte.

16

Di quel periodo non ricordo un’esatta concatenazione di eventi, un prima e un dopo in quello che accadeva. Ricordo delle immagini, soprattutto, nitide come se mi si fossero impresse negli occhi. Non capisco perché, probabilmente hanno un senso che non so afferrare, e magari se riuscissi a collegarle tra loro potrei sentirmi molto più serena, capace di orientarmi come su una mappa. Ma niente da fare, più ci provo e più sfumano, mi sfuggono tra le dita.
Però è questo che è bello, in fondo, quell’effetto come di luce soffusa, di imprecisione che le avvolge quando mi sforzo di trovare una logica nell’insieme. È come se ci fosse ancora molto da scoprire, come se i particolari che conosco di lui non bastassero comunque a descrivere un ritratto completo. Ricordo il suo profilo diritto nel mattino, quando dormiva ancora, e il suo respiro lieve. I suoi occhi chiusi e le ciglia incredibilmente lunghe che aveva. I suoi piedi nudi sul tappeto, mentre mi guardava seduto sul letto con la tazzina del caffè in mano. Aveva dei bellissimi piedi, mi facevano venire voglia di succhiarli, una cosa che non avevo mai fatto. E una volta lo feci, glieli presi in bocca mentre facevamo l’amore, mentre ero girata di fianco a lui, in un impulso istintivo e irresistibile. Glielo avevo succhiato fino a poco prima, e lo leccai con una tale passione sulle dita che venne all’improvviso, tanto si eccitò, dovette portare subito la mano e sé e stringerselo per aiutarsi a godere, gemendo con gli occhi aperti, increduli, senza poter aspettare che lo facessi io.
Ricordo i pomeriggi che iniziammo a passare insieme, a letto, come mi teneva abbracciata senza parlare, posata sul suo petto, il sospiro che gli sfuggiva quando sfiorava la morbidezza della mia pelle.
Ricordo sensazioni, più che parole. Parlare parlavamo poco, e non sembrava importante. Era come se ci stessimo ricaricando a vicenda, se ci fossimo rifugiati insieme in una grotta durante una tempesta, e ci tenessimo l’uno all’altra, inzuppati, ascoltando i tuoni scoppiare fuori e la pioggia battere incessante sul terreno. Per adesso non contava che quello, non ci aspettavamo nient’altro. Non sapevo cosa lui facesse delle sue giornate quando non era con me, e lui non mi chiedeva come passassi le mie.